giu 28
giu 26
Nei primo anni 70 la Nasa, fece testare attraverso l’Alaska Project, gli orologi dalla Omega alle temperature più basse possibili, tentando di riprodurre il gelo degli ambienti spaziali Nasce per questo la tiratura limitata “Alaska Project” in 1970 esemplari, caratterizzata dall’essere dotata di una cassa esterna in alluminio, che rende l’orologio capace di sopportare temperature fra i -148° e +260°.
Il calibro è il 1861
giu 21
Con il De Ville X2 Co-Axial Chronograph, Omega ripropone il meccanismo di scappamento coassiale fondendo la meccanica del Chronoscope con l´estetica dell´X2.
Cassa quadrata da 37 mm in oro rosa 18k, cronografo con misurazione dei minuti e delle ore.
Movimento meccanico a carica automatica, calibro 3202, riserva di carica di 52 ore, impermeabile fino a 50 metri.
Cinturino in pelle, disponibile anche con cassa in acciaio.
giu 21
Sviluppato in collaborazione con Dean Barker testimonial Omega e skipper del team di ragata Emirates Team New Zeland, in occasione della Coppa America di Vela, per avere un cronografo che permettesse una lettura ottimale dei minuti che precedono la partenza della regata.
Per meglio disporre i contatori sul quadrante e per facilitare l´azionamento dei pulsanti, il modulo del cronografo è stato ruotato di 180, così da avere i pulsanti sul lato sinistro della cassa.
Sul quadrante del Omega seamaster Chronograph NZL-32 ci sono una serie di finestrelle colorate che danno limmediata percezione dei minuti che mancano allo start.
Il cronografo è realizzato con cassa in acciaio è dotato di movimento automatico calibro Omega 3602 con certificato di cronometro è impermeabile fino a 15 atmosfere ed è disponibile con cinturino in caucciù o con braccaile in acciaio.
giu 20
L’OROLOGIO SPAZIALE
Gli appassionati più esperti l’avranno già capito dal titolo: qui si parla del cronografo Omega Speedmaster, l’orologio che da sempre accompagna tutte le missioni dell’Ente spaziale americano. Il cronografo che per primo è stato sulla Luna, quello che ha salvato la vita all’equipaggio dell’Apollo 13…
La storia è nota, ma è sempre un piacere ricordarla: alcuni funzionari della NASA, una cinquantina d’anni fa, fecero il giro delle orologerie di Houston, nel Texas, acquistando cronografi d’ogni tipo. L’obiettivo era quello di scegliere un orologio che avesse i requisiti giusti per accompagnare l’uomo nella sua conquista dello spazio, un orologio che costituisse l’estrema risorsa per la misurazione del tempo laddove tutte le apparecchiature elettroniche, per un malaugurato caso, avessero fallito. Vennero immediatamente scartati gli orologi al quarzo, perché le pile d’alimentazione, alle estreme temperature del vuoto spaziale, avrebbero rapidamente perso la loro capacità di fornire energia. Poi vennero scartati gli orologi con movimento meccanico a carica automatica, perché il rotore, necessariamente sbilanciato per poter ruotare con i movimenti del polso, si danneggiava irreparabilmente quando veniva sottoposto alle tremende prove d’accelerazione cui l’orologio prescelto avrebbe dovuto far fronte . Inoltre, in condizioni d’assenza di gravità, pur in presenza dell’accelerazione causato dai movimenti del polso, si sarebbe annullata gran parte della sua funzionalità. Il campo, conseguentemente, si restringeva ai cronografi con movimento meccanico a carica manuale: roba che farebbe torcere il naso a molti appassionati d’oggi, ma d’altronde è anche vero che gli appassionati mica devono farsi sparare sulla Luna… Come non bastasse, c’era un altro requisito importante, cui rispondere positivamente: il cronografo prescelto doveva poter essere indossato all’estemo delle tute spaziali e quindi la necessità di continuare imperterrito la propria marcia pur se sottoposto alla pioggia di micrometeoriti che l’avrebbe sforacchiato come un colabrodo. Ciò, incidentalmente, metteva fuori causa gli orologi dotati di vetro minerale o zaffiro: le micrometeoriti li avrebbero mandati in frantumi.
Le specifiche della NASA richiedevano al cronografo ideale una regolarità di marcia contenuta entro i ±10 secondi al giorno. Mi viene da ridere: un cronografo con movimento a carica manuale, vetro in materiale plastico e con la possibilità di anticipare o rallentare di dieci secondi al giorno. Un solo orologio si dimostrò all’altezza desiderata: era I’Omega Speedmaster. E solo dopo che alla NASA avevano tentato in tutti i modi di massacre uno Speedmaster, commissionarono all’ Omega un certo numero di cronografi. Questo tanto per sottolineare che se lo Speedmaster di Omega è ormai da lungo tempo l’orologio ufficiale degli astronauti, non si tratta di una qualunque sponsorizzazione, ma di una vera e propria scelta tecnica effettuata dopo una durissima selezione. Le aspettative furono superate dalla realtà: durante la sua prima missione lo Speedmaster venne protetto da uno scudo, che risultò oltremodo scomodo; nella missione successiva lo scudo venne rimosso, senza che il Moonwatch (così cominciarono a chiamarlo da quando fu il primo orologio da polso sulla Luna) accusasse il benché minimo malfunzionamento. Anche gli attuali Speedmaster prodotti per la NASA sono sempre e comunque, orologi tratti dalla normale produzione e nemmeno i lubrificanti sono stati cambiati; le uniche differenze stanno nel cinturino, che viene sostituito con una striscia di banalissimo velcro e nell’accurata regolazione che qualche giorno prima viene effettuata dai tecnici del normale servizio assistenza Omega, negli Stati Uniti.
Da quando venne prescelto, l’Omega Speedmaster non ha mai deluso i tecnici della Nasa. Certo, normalmente l’ora di riferimento viene presa dalle sofisticatissime apparecchiature temporali di bordo, sincronizzate con quelle terrestri, ma lo Speedmaster si è comunque trovato nell’occasione di rendersi indispensabile. Durante una sfortunata missione infatti, l’esplosione di alcune bombole d’idrogeno distrusse l’impianto elettrico di bordo; come non bastasse, la mancanza d’elettricità mise fuori uso l’impianto di riciclaggio dell’ossigeno, diminuendo drammaticamente la riserva.
Una situazione drammatica, di quelle in cui tutto sembra andar male. In base ad un programma d’emergenza prestabilito, le correzioni di rotta, l’accensione dei razzi e tutte le altre manovre per tornare sulla Terra vennero effettuate misurando il tempo sugli Speedmaster degli astronauti e, per non finire chissà dove, era necessaria una precisione ben inferiore al secondo. Lo Speedmaster fece il proprio dovere e tutto andò per il meglio. Un cronografo al di sopra d’ogni sospetto, insomma, perché sono davvero pochissimi gli orologi che possono vantarsi d’aver avuto un battesimo del fuoco tanto probante. Ma c’è ancora un altro aspetto che vale la pena di segnalare, la progettazione del movimento dello speedmaster risale al 1942: anche se frutto d’incessanti perfezionamenti, di affinamenti continui, può sembrare impossibile che un “vecchietto” sia stato scelto per la prima passaggiata sulla LUNA dimostrando, alla prima emergenza, la propria trionfante baldanza. Insomma: si capisce bene per quale ragione Omega abbia deciso nel 1992 di festeggiare questo doppio anniversario (i venticinque anni al servizio della Nasa ed i cinquant’anni di vita del movimento) con un’edizione speciale tutta d’oro del Moonwatch. Un’edizione a tiratura limitata a 999 esemplari, per i quali non era difficile prevedere un’accanitissima battaglia tra i collezionisti. La cassa tutta d’oro (pesa la bellezza di cinquanta grammi) racchiude il classicissimo Calibro 863 a carica manuale, perfettamente rifinito a mano con la certosina perizia degli artigiani svizzeri; anche il quadrante riprodursi quello leggibilissimo del Moonwatch classico (anche l’eccezionale leggibilità del quadrante, che consente di distinguere bene il quinto di secondo, deve certo aver giocato a favore dello Speedmaster), con l’eccezione di alcuni inserti in oro, per ovvia ragioni estetiche. Una sorpresa anche la confezione che, tra l’altro, comprende una lettera autografata del generale Stafford, che allo Speedmaster deve la vita: era lui il comandante della sfortunatissima missione Apollo 13 (numero che gli americani, sia detto per inciso, considerano alla stregua del nostro 17) durante la quale le apparecchiature elettroniche si guastarono irrimediabilmente. Che lo Speedmaster sia un cronografo eccezionale è dimostrato anche da un altro fatto: pochi anni fa la Nasa decise di controllare se il Moonwatch avesse retto il trascorrere degli anni, per cui fecero incetta d’una trentina di cronografi e li sottoposero a tutte le prove del caso, per giudicarne l’idoneità al volo spaziale. indovinate chi tornò a vincere? Un’ Omega Speedmaster.
Fondamentalmente sono due le generazioni di questo glorioso cronografo: gli Speedmaster Professional, dotati di movimento meccanico a carica manuale e gli Speedmaster Automatic, con movimento meccanico a carica automatico, forniti anche di data. Mentre i classici Professional, detti Moonwatch, conservano il vetro in materiale plastico, i nuovi Automatic sono dotati di vetro zaffiro. Del Professional è stato preparata una versione con cassa, pesante, corona e indici in oro tirato in soltanto 999 esemplari. Come si conviene alle edizioni commemorative, il vetro è quello in plastica dell’originale.
giu 19
Per celebrare la nascita del nuovo calibro calibro 8500/8501, Omega ha lanciato una nuova collezione all’interno della gamma DeVille. La famiglia dei modelli Hour Vision rende omaggio ai nuovi movimenti del marchio svizzero in questo millennio di grandi innovazioni tecniche nel campo dell’orologeria meccanica.
La prima grande novità estetica è certamente l’apertura sulla carrure: la cassa, infatti, offre il movimento meccanico alla vista anche all’osservatore che dirige lo sguardo… di lato. L’Hour Vision, insomma, inaugura un nuovo corso della maison, dove la novità diventa il principio informatore più importante, per stupire l’appassionato con soluzioni mai viste prima sugli orologi del marchio.
giu 19

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